Sono andata a Reggello alla ricerca di un percorso diverso dai soliti ponticini (che, tra l’altro, non so neanche in che stato siano oggi) e ho trovato un itinerario alternativo, bellissimo e decisamente wild.
Ma prima di tutto, quando vengo a Reggello, non può mancare una tappa da Claudio per mangiare le pesche. Obbligatoria.
Archiviata la questione pesche, ho deciso di partire dalla Pieve di San Pietro a Cascia – la trovo citata anche come Pieve Santi Pietro e Paolo. E pensare che frequento questa zona da anni e non l’avevo mai vista! All’alba poi è uno spettacolo. E dire che si tratta di una delle pievi romaniche più importanti del Valdarno: era già citata in documenti dell’XI secolo e sorge lungo un antico asse di comunicazione che collegava questa parte della Toscana. Il campanile, tra l’altro, secondo alcune interpretazioni potrebbe derivare da una torre di avvistamento molto più antica.
Piccola curiosità: accanto alla pieve si trova il Museo Masaccio, inaugurato nel 2002, dove è conservato il celebre Trittico di San Giovenale, considerato la prima opera datata di Masaccio – Tommaso Cassai. Il dipinto, realizzato il 23 aprile 1422, proviene dall’omonima chiesa di San Giovenale, poco distante da qui.
13,6 km x 500/700 m D+
Il percorso è questo, ma vi lascio anche la traccia GPX.
Pieve di San Pietro a Cascia – Reggello – Pontifogno – Campo d’Arme (sentiero 14) – R0(non adatto a escursionisti alle prime armi, prestare attenzione)– Casa Michele (14A,ripida discesa) – sentiero 15 – Pisciolo di Macereto – sentiero 16 – Acqua Rossa – sentiero 15 – Ponte a Enna – rientro a Reggello lungo la strada dell’andata.
I numeri dei sentieri fanno riferimento alla carta del 2008. Non so se siano ancora tutti validi, ma chi è un po’ pratico della zona dovrebbe riuscire a orientarsi senza problemi.
Una curiosità riguarda il toponimo Campo d’Arme: secondo alcune interpretazioni potrebbe essere collegato ad attività legate alla produzione o alla gestione di armamenti per la Repubblica Fiorentina. Se qualcuno ne sa più di me, mi scriva!
La parte più bella, inaspettata, selvaggia, complessa e tecnica è quella che va da Campo d’Arme a Casa Michele: vegetazione arbustiva, affioramenti rocciosi, lastroni di pietra, qualche breve tratto in cui serve attenzione e panorami davvero notevoli.
Per il resto vi aspettano boschi molto belli, il borgo di Pontifogno con la sua chiesetta, il torrente Resco, una cascata (attualmente non in grandissima forma), strade bianche, olivete e tanti scorci panoramici.
Di Pontifogno ho scoperto anche una storia incredibile, riportata e romanzata dallo scrittore locale Alessandro Liberati sul gruppo Facebook “Sei di Reggello se…”. La protagonista è Pierina Nocentini, una donna del paese che negli anni Sessanta venne morsa da una vipera mentre lavorava nel bosco sopra il borgo. Secondo il racconto, trovandosi lontana da qualsiasi soccorso e rendendosi necessario un intervento immediato, riuscì a salvarsi amputandosi con una roncola il dito colpito. Trasportata poi a Reggello a dorso di mulo, venne curata dal medico e visse fino alla vecchiaia. Una di quelle storie che ricordano quanto fosse dura la vita su queste montagne non molti decenni fa.
Il percorso si sviluppa ai margini della Foresta di Sant’Antonio; non essendo un’area protetta, ricordate che si tratta di una zona di caccia.
Ma voi di Reggello vi rendete conto di quanto siete fortunati? In pochi chilometri da casa avete boschi e angoli meravigliosi che meritano davvero di essere esplorati.
Fatemi sapere se ci andate e, soprattutto, se vi è piaciuto tanto quanto è piaciuto a me.
E guarda caso, domenica 1° novembre accompagnerò proprio su questo percorso in collaborazione con il Comune di Reggello. L’escursione sarà gratuita. Per informazioni e iscrizioni: 334 212 6444
Non ti piace il mare ma cerchi un trekking vista mare? Allora la Grande Traversata Elbana potrebbe fare al caso tuo!
Circa 50 chilometri di sentieri che attraversano l’Isola d’Elba da est a ovest, tra boschi, crinali panoramici e monti che si affacciano sul mare. Attenzione però: in alcuni tratti il sole picchia davvero forte! Personalmente credo che il periodo migliore per percorrerla sia la primavera, quando le fioriture colorano l’isola e i profumi della macchia mediterranea danno il meglio di sé. Anche l’autunno resta un’ottima alternativa, con temperature più miti e meno affollamento.
Io l’avevo già percorsa nel 2021 e quest’anno ho deciso di tornarci insieme a Serena. Quella che segue, come al solito, non sarà una descrizione dettagliata dell’itinerario, ma una raccolta di consigli, impressioni e curiosità che potrebbero esservi utili se state pensando di affrontarla.
Come arrivare
La Grande Traversata Elbana può essere percorsa in diversi modi, ma noi abbiamo scelto di partire da Cavo, nella parte orientale dell’isola. Per raggiungere l’Elba bisogna imbarcarsi da Piombino (Lo specifico perché io ero convinta che il traghetto partisse da Livorno – lasciamo perdere- e solo grazie a Santa Silvia ho evitato una partenza….molto movimentata).
Per il parcheggio esistono alcune soluzioni gratuite nei dintorni del porto (scrivetemi su WhatsApp e ve le dico), ma io ho preferito la via più semplice: parcheggio custodito per tre giorni, 30 euro…e passa la paura!
La nostra GTE in 3 tappe: consigli e roba varia
Molti percorrono la Grande Traversata Elbana in due o quattro giorni. Noi abbiamo scelto una soluzione intermedia: tre tappe, aggiungendo anche la salita al Monte Capanne.
Prima tappa:16 km circa900-1000 metri di dislivello positivo
Una volta sbarcati a Cavo, CONSIGLIATISSIMO il passaggio al Panificio Dolce & Pane per fare rifornimento di focacce e panini e poi via, si parte (dopo non trovate nulla eh).
Poco fuori Cavo una breve deviazione verso il Mausoleo Tonietti: progettato dall’architetto fiorentino Adolfo Coppedè per la famiglia Tonietti all’inizio del Novecento, richiama nell’aspetto la forma di un faro e il mondo della navigazione. La cosa curiosa è che, pur essendo nato come tomba monumentale di famiglia, non venne mai utilizzato per questo scopo. Oggi è in stato di abbandono, ma conserva ancora un fascino malinconico e surreale.
La prima parte offre alcuni dei panorami più belli dell’intero percorso. Il mio punto preferito? Senza dubbio il Monte Strega (427 m slm), da cui si possono osservare contemporaneamente la costa nord e la costa sud dell’isola.
Rispetto al 2021 ho trovato alcune frasi molto belle scritte su pannelli di legno sul monte Cima del Monte, 516 m slm. Questo monte mi ha fatto molto ridere perché mi sono immaginata la seguente scena: “Dove vai?” “Sulla Cima del Monte.” “Sì, ma quale?” “La Cima del Monte.” “Si, ma quale cima?” “LA CIMA DEL MONTE.”
Abbiamo trascorso la notte da Terra e Cuore, un luogo davvero speciale. Qui si trovano delle yurta (tende) immerse nella natura, con possibilità di cenare sul posto – anche con panini – e, soprattutto, un gelato di latte di capra mooolto buono (le capre sono le loro). L’atmosfera al tramonto e all’alba è magica. Unico consiglio: sperate che non ci sia vento – noi abbiamo passato una notte insonne! Hanno anche delle bellissime amache 🙂 Questo è un ottimo posto se volete rimanere in quota, senza dover scendere a Porto Azzurro, dove potete comunque trovare alloggio e concedervi anche un bagno al mare. Dovrete però aggiungere qualche chilometro e un po’ di dislivello… ma magari per qualcuno il tuffo finale vale la fatica – PER ME NO!
Seconda tappa:16,8 km circa350-400 metri di dislivello positivo
La tappa più semplice delle tre. Si sviluppa prevalentemente su strade bianche e tratti boscosi e, pur essendo piacevole, è quella che mi ha colpito meno dal punto di vista paesaggistico. Abbiamo pernottato a Procchio, all’Hotel Delfino. Soluzione economica e funzionale, con tanto di ombrellone in spiaggia incluso. La cosa divertente è che siamo arrivate così presto da avere davanti quasi un’intera giornata libera. Così sono andata a fare il bagno. Per tre minuti. Poi me ne sono tornata in camera. Io non sono una tipa da boschi e da riviera…SOLO DA BOSCHI.
Terza tappa:20,7 km circa1200-1400 metri di dislivello positivo
La mia preferita. Anche la più impegnativa. La salita al Monte Perone (630 m slm) è la più tremenda, con tanto di gradini (quando trovate i gradini lungo i sentieri fatevi sempre il segno della croce). In questa tappa si concentra gran parte del dislivello e alcuni traversi richiedono attenzione. Inoltre la discesa verso Pomonte è lunga e decisamente pietrosa.
Il Monte Capanne – 1019 m slm, il più alto dell’Elba – teoricamente non fa parte della GTE Sud… ma siete lì sotto: che fate, ve ne private? La salita regala panorami straordinari…almeno in teoria. Noi, ovviamente, abbiamo trovato una delle poche giornate nuvolose e dalla vetta non abbiamo visto praticamente niente. Però rimane una montagna bellissima e una tappa che vale tutta la fatica. Rifugio in cima chiuso.
Tra gli elementi più caratteristici di questa tappa ci sono i caprili – nella discesa a Pomonte – antiche strutture in pietra a secco utilizzate dai pastori per il ricovero delle capre e la produzione di formaggi. Sono testimonianze preziose della storia rurale dell’isola e meritano una sosta.
Bello il benvenuto all’ingresso di Pomonte.
Altre cose comunque importanti
Acqua: portatene molta. Lungo il percorso le possibilità di rifornimento non sono molte e alla Fonte Schiumoli abbiamo trovato una portata piuttosto ridotta.
Segnaletica: segnata molto bene, ma diciamo che alcune frecce all’Isola d’Elba dicono il falso per quanto riguarda il tempo di percorrenza, quindi non vi fidate più di tanto!
Una volta arrivati a Pomonte, autobus fino a Portoferraio e poi traghetto per Piombino. Nel giro di poche ore vi ritroverete nuovamente sulla terraferma a chiedervi come sia possibile che siano già passati tre giorni.
Per i collezionisti di timbri e ricordi ufficiali: esiste una credenziale della GTE (arriva a casa con un’offerta) e una pergamena finale che vi possono spedire via mail. Attenzione però, perché non tutte le strutture dispongono del timbro ufficiale. Nota completamente inutile ma che sento il bisogno di condividere: sulla credenziale ci sono delle foglie. Delle foglie. In mezzo al mare. Probabilmente sono l’unica persona al mondo a cui questa cosa crea un piccolo turbamento, ma ormai mi conoscete. A parte ciò, è un bel ricordo da conservare dopo la traversata.
Se posso darvi un consiglio, programmate almeno una partenza all’alba. Noi abbiamo incontrato alcuni mufloni! – specie alloctona introdotta per fini venatori negli anni 80: gran parte del percorso fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano quindi è vietata la caccia.
Lungo il cammino ho scoperto anche l’esistenza della Via dell’Essenza, un itinerario che mi sono già segnata per il futuro.
Grazie a Sere per questa bellissima avventura e anche ai bergamaschi, Steven e Simone, per aver condiviso con noi alcuni tratti del percorso!
E, naturalmente, è nato un nuovo obiettivo per il 2027 : tornare qui e percorrere tutta la Grande Traversata Elbana in un’unica tirata.
Ci riuscirò? Appuntamento al prossimo anno! Buon cammino marittimo e buoni panorami dal Capanne (almeno per voi!)
Riassunto tappe e tracce GPX
Tappa 1: Cavo – Terra e Core, 16 km x 900/1000 m d+ ca.
Tappa 2: Terra e Core – Procchio, Hotel Delfino 16.8 km x 350/400 md+ ca.
Tappa 3: Procchio, Hotel Delfino – Monte Capanne – Pomonte 20,7 km x 1200/1400 m d+ca.
Sacco a pelo (necessario se dormite in yurta come abbiamo fatto noi)
Ciabatte, costume, asciugamano e crema solare (la categoria “roba da mare”)
2 paia di calzini
3 mutande
1 reggiseno sportivo
5 magliette (compresa quella per dormire)
1 pantaloncino
1 paio di leggings
Felpina, antivento, camicia, k-way e paracollo
Beauty con: spazzolino, dentifricio, spazzola, deodorante, bagnoschiuma formato mini, cerotti per vesciche e arnica in pasticche
Droghe legali: vitamina C, carboidrati in pasticche, sali minerali (fondamentali con quel caldo), barrette e fruttine
Torcia, power bank e caricabatterie
Soldi e documenti
Recensione non richiesta dello zaino
Grazie a Pesci Camping Store che me lo ha prestato, per la prima volta nella mia vita ho avuto uno zaino serio!
Non sono una grande esperta di materiali tecnici, però posso dire che mi sono trovata molto bene: struttura ottima, schienale super traspirante, tantissime tasche, coprizaino integrato e una comodissima apertura inferiore per recuperare la roba sul fondo senza svuotare tutto lo zaino (particolare di cui mi sono accorta solo quasi alla fine della traversata).
Inoltre lo zaino è dotato di riflettore RECCO®, una tecnologia utilizzata nelle operazioni di ricerca e soccorso che permette ai soccorritori di individuare più facilmente una persona in caso di emergenza.
Piccole pecche, almeno per la mia costituzione fisica:
la cintura lombare non riusciva a stringersi abbastanza (sono secca!);
la cinghia sternale invece stringeva fin troppo (ho le poppe!);
A questo punto mi è venuto il dubbio: non è che ho preso la versione da uomo?
sulla cintura lombare c’era una sola tasca con cerniera. E qui mi rivolgo direttamente a Ferrino: io ho due telefoni, eh!
L’ho sognata, l’ho preparata (più o meno) e l’ho fatta: ce l’ho fatta.
2021 – È stato il mio primo cammino con il mio amico Giovanni, in 5 giorni. 2022 – È stato il mio primo cammino in solitaria, in 4 giorni. 2024 – Dopo un anno sabbatico, l’ho ripercorsa in 3 giorni.
2026 –L’ho percorsa in 2 giorni, da Firenze a Bologna.
Per me la Via è una sfida, un allenamento (non la vivo come un cammino). Ma è anche fatta delle tante persone che ho incontrato lungo il percorso, e che lo rendono ancora più bello. Prima di raccontarvela brevemente e darvi qualche consiglio, lasciatemele elencare:
Giulia, Affittacamere Via degli Dei a San Piero: ci siamo conosciute per caso durante un’escursione prima del mio primo cammino. Le dissi: “Oh ma io vengo a dormire da te la settimana prossima!”.
Sergio e Federica, Bonaugo ristorante pizzeria a San Piero a Sieve: tappa fissa tutte le volte che passo da qui, anche quando non sono sulla Via.
Elisa, “Di’ Romani” a Madonna dei Fornelli: pasta fatta in casa, sorriso, gentilezza. Ha conquistato il cuore di molti… compreso il mio.
Mara (da Mara) e Simona (B&b Bellatmosfera): vecchie e nuove amiche di Brento.
Sergio, incontrato 3 volte su 4 lungo la Via, memoria vivente della storia di questi luoghi.
Duilio, che con le sue opere d’arte accompagna la parte prima di Monzuno.
La mia impresa è iniziata il 14 settembre alle 4.30, da Piazza Signoria (in realtà prima, perché ho raggiunto la piazza in taxi). Ho deciso di partire da qui su consiglio del mio amico Adriano, ma anche per risparmiare sull’alloggio a Bologna: l’ultima volta, per 60 euro, ero in una cella di prigione.
Non sono partita da sola: con me c’era Paola, spalla quasi sempre presente negli ultimi anni, che purtroppo ha dovuto abbandonarmi lungo il cammino. Al suo posto, in brevi tratti, sono subentrati Tommaso (10 km al buio: non sono mai stata così felice di vederlo in 34 anni che lo conosco) e Valentina, che mi ha raggiunto a San Luca e accompagnata fino alla fine, in Piazza Maggiore.
Non vi racconto tutta la Via, ma vi lascio qualche informazione tecnica che secondo me potrebbe esservi utile — o che io avrei voluto sapere.
Consigli pratici
I bar alle 4.30 sono chiusi 😅 Il primo bar aperto (se avete fortuna) lo trovate a Montesenario. Non prendete le focaccine! È stato bellissimo vedere Firenze allontanarsi alle mie spalle e raggiungere Poggio Pratone all’alba (6.51), anche se non si vedeva molto.
Acqua La trovate a Fiesole e Montesenario. Fino a San Piero nessun problema. Da lì alla Futa, a meno che non passiate da Sant’Agata, non la ritrovate. Alla Futa c’è una fontana davanti al cimitero.
Le parti più tremende
San Piero → Sant’Agata: strada bianca infinita.
Dopo Monzuno: asfalto pericoloso (le macchine non si aspettano camminatori da Firenze).
Ultimi 10 km lungo il Reno. In questa direzione, però, mi sono quasi piaciuti.
Segnaletica In direzione Firenze → Bologna è un po’ scarsa. Sempre GPX alla mano.
Deviazioni importanti
Tagliaferro: ponte crollato → si passa da Campomigliaio.
Lucolena: non si passa più → deviazione per Montepoli.
Brento: frana → se la strada è libera ok, altrimenti deviazione segnata con fettucce bianche e rosse (civico 3). Potete fare tranquillamente Monte Adone e riscendere da Brento.
Mangiare Fino a San Piero siete tranquilli. Poi fino a Madonna dei Fornelli: niente. Dopo le Selve: di nuovo niente. Consiglio: fare scorta a Monzuno. Forse trovate il bar a Brento, se è aperto.
Gelato finale a Bologna Obbligatorio.
Alba a Poggio PratoneL’asino più fotografato della VDDBilancinoImmagini belle al crepuscoloReno
È stato bellissimo e faticosissimo, una di quelle imprese che ti restano addosso.
Ora la testa è già al 2027: farla tutta in un’unica tirata.
Se state organizzando la vostra Via degli Dei e avete bisogno di consigli, scrivetemi pure. Io abito vicino alla Via, in zona Olmo: se avete bisogno… scrivetemi.
Siete al primo cammino? Cercate qualcosa di semplice, abbastanza ben collegato con i mezzi e perfetto per l’autunno? Il Cammino di San Bartolomeo è quello giusto! Viene proposto in cinque tappe, ma – come spesso mi succede – io l’ho percorso in due giorni.
Sono partita da Pistoia, lasciando la macchina al parcheggio Cavallotti (gratuito). In dieci minuti ho raggiunto la stazione centrale e da lì ho preso il bus per Abetone delle 6.41, punto di partenza del mio cammino (il percorso ufficiale parte da Fiumalbo, meno comodo da raggiungere).
Come sempre, la mia organizzazione è stata… relativa. La guida di Andrea Cuminatto l’ho letta direttamente sul bus, e lì ho trovato una parte che mi ha colpita: il cammino è gestito “non da enti, ma da persone. Gente che ama la montagna sulla quale ha vissuto da sempre e che, volendo continuare a vederla pulsante di vita, si è rimboccata le maniche per far nascere e crescere questo progetto…tutti i volontari che dedicano il proprio tempo per far sì che ogni pellegrino viva un’esperienza che gli resterà nel cuore”. All’inizio non avevo capito fino in fondo queste parole. Poi sono arrivati i due giorni di cammino… e ho capito tutto.
Ho fatto tanti cammini negli anni, ma mai ho incontrato volontari così: persone che fanno di tutto per aiutarti. Li ho avvisati all’ultimo del mio arrivo (scarsa organizzazione, di nuovo) e mi hanno fatto trovare la credenziale; ho sbagliato strada seguendo una traccia sbagliata (scarsa organizzazione, parte 2) e Simone è stato al telefono con me un sacco; poi Andrea, Pia… e tanti altri, tutti gentili e super disponibili. Fate questo cammino anche solo per loro.
Perché il Cammino di San Bartolomeo è quello giusto per voi
Dopo la premessa doverosa, arriviamo alle informazioni pratiche: quelle che, secondo me, vi convinceranno che questo cammino è perfetto per chi vuole iniziare, per chi cerca qualcosa di semplice, ben segnato e ricco di paesini, storia e persone.
Il percorso è ben segnatoin giallo (scaricate comunque le tracce giuste dalla pagina ufficiale).
Avrete una credenziale: in molte frazioni troverete dei piccoli totem con cassetti da aprire per timbrarla. Ogni frazione ha il suo timbro.
Il cammino (in totale da Fiumalbo a Pistoia) è lungo circa 86 km con 2700 m d+: non ci sono grandi salite, tranne quella per raggiungere Piteglio, la più impegnativa.
Si parte (o perlomeno io sono partita) dalle piramidi settecentesche volute da Pietro Leopoldo e Francesco III per segnare il confine tra Granducato di Toscana e Ducato di Modena, e dalle bellissime abetine di Abetone, dove vive la formica rufa con i suoi nidi giganti. Da qui si scende attraverso una serie di piccole frazioni, alternando asfalto tranquillo e sentieri. Ve ne cito alcune, perché meritano davvero.
Bicchiere. Città natale di Gigetto del Bicchiere (solo il nome mi ha fatto ridere), poeta della montagna vissuto tra 1841 e 1930. Poco acculturato, ma con una poesia nel cuore che incantava i salotti dell’epoca.
Rivoreta. Il paese del Museo Vivente, alle pendici del Libro Aperto. Un museo etnografico dedicato agli antichi mestieri dell’Appennino, nato negli anni ’70. Taglio del bosco, lana, oggetti quotidiani: un tuffo nella vita di un tempo.
Sentiero degli Albinelli. Ponticini di legno, torrentini, affluenti della Lima: una delle parti che mi è piaciuta di più.
Cutigliano. Una delle chicche del cammino (e uno dei pochi posti dove trovare da mangiare!). Vicoli, vecchie insegne, Palazzo dei Capitani con gli stemmi, la loggia, la piazzetta e la chiesa di San Bartolomeo. C’è anche un punto selfie dove “ci si deve baciare”: io, per non rischiare, ho baciato lo zaino.
Mammianoe ilponte sospeso delle Ferriere. Io volevo passare dalle torri di Popiglio…invece no: frana – sentiero non praticabile. La deviazione porta al ponte sospeso di 212,4 metri. Se avete vertigini… auguri.
Popiglio. Chiesa meravigliosa e possibilità di mangiare. Qui c’è la Fontana di Bartali, che vi darà la forza per affrontare la salita più dura. Prima però c’è la discesa fino al ponte di Castruccio, che mi sono trovata davanti all’improvviso. Poi la salita più irta del cammino (a mio avviso), piena di moscerini suicidi negli occhi: periodo sbagliato.
Piteglio: M E R A V I G L I O S O. Scorci, case in pietra, silenzio, buio. Di notte non ci sono molte luci… e neanche un posto dove cenare. Ho dormito nella foresteria accanto alla chiesa e mi ero portata la cena da casa.
RiveretaLibro ApertoSentiero AlbinelliCutiglianoMammianoPopiglioPonte di Castruccio
Sono partita prima dell’alba e, per la prima volta in vita mia, ho fatto un tratto nel bosco al buio da sola. È stato rilassante, bello, zero paura. Concedetevi sempre un’alba in cammino.
Prataccio e Prunetta. Li conosco bene per lavoro (Oasi Dynamo), ma alcune parti non le avevo mai viste. Incontrerete le sorgenti del Reno e…Prunetta ha un sacco di foto in bianco e nero che mostrano com’era il paese un tempo: bellissimo. Qui trovate bar per colazione e cibo.
Le Piastre. Finalmente ho visto da vicino la fontana del Campari: ne furono costruite 30 per pubblicità, oggi ne restano solo 3. Ultimo avamposto per mangiare: da qui a Pistoia non ho trovato più nulla.
Ghiacciaia della Madonnina e Pontepetri. Io ho sbagliato strada (scarsa organizzazione, parte 3), ma il percorso passa da qui.
Spedaletto. Piccolo borgo carino, con la Chiesa dedicata a San Bartolomeo (da Fiumalbo, le Chiese a lui dedicate lungo tutto il percorso sono 4)
Limentra. La parte più bella di tutte: costeggiare il torrente in faggeta, in salita ma così piacevole che non te ne accorgi. Io pensavo fosse l’ultima salita (colpa della traccia sbagliata), quindi me la sono goduta ancora di più.
La discesa finale. Ripida, con tante piccole frazioni senza bar, tra cui Baggio. Poi l’inaspettata salita per Lupicciano. E infine l’asfalto, come sempre quando si entra in città.
Arrivo: Pistoia, Chiesa di San Bartolomeo
Sorgente RenoSpedalettoLimentraBaggioLa piana
Di solito viene consegnato il Testimonium, la pergamena che certifica il cammino. Io, per la mia scarsa organizzazione, l’ho ricevuto a casa.
Dati tecnici
1ª tappa Abetone → Piteglio 32 km · 1300 m d+ Pernotto: Foresteria di Piteglio Qui trovi la traccia su Wikiloc
2ª tappa Piteglio → Pistoia 50 km · 1400 m d+ Qui trovi la traccia su Wikiloc
(I miei dislivelli non sono precisissimi: Wikiloc dice una cosa, Locus Map un’altra. Ho fatto una media.)
Se partite da Fiumalbo, aggiungete circa 5 km e 600 m d+
Equipaggiamento
Zaino 25L Decathlon MH500: non mi ci sono trovata bene (adoro invece il 38L, stessa linea ma molto più comodo).
Akyra 2: ottime, ma sulle lunghe tratte diventano dure.
Un cammino semplice, bello, accogliente. Ma soprattutto un cammino fatto di persone: i volontari che, con passione e gentilezza, rendono ogni passo più leggero. A loro va il mio grazie più grande.
Nuovo giro, nuova corsa… e nuovo articolo sul blog! Dopo nove giorni con i miei amici, avevo bisogno di stare un po’ da sola e in silenzio…capita anche a voi? Sono partita la mattina presto: non c’era nessuno, solo io e il bosco.
Il giro che vi propongo l’ho preso nella sezione Da Rifugio a Rifugio sul sito del Parco, e l’ho risistemato a modo mio ❤️ 📏 28,5 km ⬆️ 1600 m D+ 📍 Partenza consigliata: Borbotto (ma potete partire anche dalla Calla)
👉🏻 Io ve lo imposterei così: Giorno 1: Borbotto → Campigna
Gorga Nera, Capo d’Arno, Lago degli Idoli, Falterona, Falco, Burraia, Calla, Fosso della Ruota, Bivacco Ballatoio, Fosso Abetio, Villaneta, Campigna. Prima tappa ICONICA, con tutti i posti più belli e una valle inaspettata. Tosta.
A Campigna c’è un piccolo museo forestale dedicato a Guido Campadelli (1942–2002), entomologo che ha passato molto tempo nelle foreste. Le conosceva davvero centimetro per centimetro: ci trascorreva giornate intere, osservando, annotando, riflettendo…
Dentro al museo potete trovare una riproduzione della Rosalia alpina (non a grandezza naturale, eh). Ma cos’è questo cerambice del faggio (si chiama anche così)? E’ un coleottero bellissimo, lungo circa 4–5 cm, di colore azzurro‑celeste con macchie nere, mentre le lunghe antenne alternano segmenti neri e azzurri. Nonostante il nome, non vive solo sulle Alpi: si chiama così perché il primo esemplare studiato da Linnaeus nel 1758 arrivava da lì. In realtà la Rosalia è molto legata alle faggete mature (vecchie), dove trova il suo habitat ideale! Da piccola (fase larvale) è xilofaga, cioè si nutre di legno scavando gallerie nei tronchi degli alberi morenti o malandati. Da adulta, invece, ha un’unica missione: riprodursi. E lo fa nelle giornate di sole, da fine giugno, quando la puoi vedere passeggiare sui tronchi di faggio o sulle cataste di legno.
Giorno 2: Campigna → Borbotto
Sveglia tranquilla, salita ai Fangacci con calma (in compagnia delle formiche rufe – ci sono dei nidi giganteschi lungo il Sentiero Natura!). Poi discesa al Borbotto, pranzo al Rifugio Borbotto o a Castagno, bagnetto a Calabuia e rientro a casa: PERFETTO ❤️
🥾 8,5 km x 450 m D+
Il nido della Formica rufa (la formica rossa dei boschi) è un grande cumulo a cupola, che può arrivare anche a 2 metri di altezza. È fatto di aghi di pino, piccoli rami, terra e materiale vegetale accumulato. Da fuori sembra solo un mucchio di aghi… ma dentro è un condominio brulicante che può ospitare da mezzo milione ad alcuni milioni di individui! Questo cumulo serve a proteggere le camere sotterranee dal freddo e a catturare i raggi del sole, così la colonia rimane calda e attiva. Sotto la superficie, infatti, c’è la parte più importante del nido: una rete di gallerie e camere che può ospitare centinaia di migliaia di formiche. Una città vera e propria. La Formica rufa è una specie fondamentale per il bosco:
regola le popolazioni di altri insetti dannosi per gli alberi, è stato calcolato che le operaie in un giorno catturano anche 4000 coleotteri e 50000 insetti
contribuisce alla salute della foresta,
produce acido formico per difendersi,
e costruisce nidi così grandi da essere visibili anche da lontano.
In alcune zone delle Alpi e degli Appennini questi nidi vengono addirittura monitorati e protetti, perché la specie è considerata un indicatore di boschi sani.
Niente vi vieta di farla in un giorno… o in tre, dormendo allo Chalet La Burraia 💪🏻