Castagno d’Andrea è uno di quei posti in cui non si passa per caso. Ci si va apposta. Anche perché, arrivati al Borbotto, la strada finisce.

Un piccolo paese alle pendici del Monte Falterona, circondato da boschi, marronete e monti, ma soprattutto ricco di storie, personaggi e tradizioni. Un luogo dove il tempo sembra scorrere a un ritmo diverso e dove, dopo pochi minuti, viene spontaneo pensare: qui una casa me la comprerei volentieri.

L’itinerario che vi propongo oggi non è il classico anello che porta verso la Gorga Nera, Capo d’Arno, il Lago degli Idoli e la vetta del Falterona, che consiglio assolutamente soprattutto in autunno. Questa volta andremo invece a esplorare la valle del Torrente San Godenzo, una zona meno conosciuta, poco frequentata e decisamente più selvaggia. Un itinerario che alterna strade bianche, marronete, ruderi, cascate e panorami inaspettati.
Unica pecca? In stagione venatoria è bene prestare attenzione, perché alcune aree sono frequentate dai cacciatori.

Il giro

Partiamo dal centro del paese. Prima di mettervi in cammino, vi consiglio due soste: una alla chiesa di San Martino per ammirare la splendida Crocifissione di Pietro Annigoni, l’altra al Caffè Falterona per un cappuccino.

La prima parte del percorso è piuttosto rilassante, tra strade bianche e boschi, in piana e discesa (in alcuni tratti ripida). Lungo il tragitto incontrerete spaventapasseri originalissimi, probabilmente i più belli che abbia mai visto e la Chiesa di Santa Maria a Ficciana, per la quale vale assolutamente una breve deviazione. Si raggiunge poi il Comunello di Casale con le sue case in pietra.

Il paese è citato per la prima volta nel 1028 in un diploma ed era un piccolo feudo dei Conti Guidi. Il 22 novembre 1549 i due terzi degli uomini della villa di Casale, probabilmente il centro abitato più popoloso dopo il capoluogo, si riunirono nella chiesa del paese per approvare un’integrazione agli statuti di San Godenzo. Vennero introdotte nuove regole per disciplinare le attività agricole, pastorali e la gestione del territorio. Fu il primo passo verso la costruzione di una vera identità collettiva che raggiunse la sua massima espressione nella seconda metà del Settecento, quando il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena concesse agli abitanti il Poggio di Oncinaia come proprietà collettiva. Nacque così il Comunello di Casale che, ancora oggi, mantiene viva la propria natura comunitaria ed è riconosciuto come ASBUC, Amministrazione Separata Beni di Uso Civico. La tutela del territorio e la valorizzazione delle sue risorse rappresentano ancora gli obiettivi principali di una realtà che continua a basarsi sullo spirito di collaborazione tra gli abitanti.

Lasciato Casale e superato il tratto asfaltato, il sentiero cambia carattere. La valle mostra il suo lato più selvaggio: strade dissestate, vecchie case ormai abbandonate, torrenti da attraversare e boschi che lentamente si richiudono attorno al cammino.

Dopo una salita si raggiunge uno dei luoghi più affascinanti dell’itinerario: l’Oratorio delle Valli.
Le poche notizie storiche giunte fino a noi raccontano che nel 1748 l’oratorio era già esistente ed era dedicato alla Madonna del Carmine. Oggi restano in piedi i muri perimetrali, mentre la copertura in lastre di pietra è crollata da tempo. Dall’esterno si distinguono ancora alcuni elementi architettonici caratteristici, come la piccola finestra circolare sulla facciata e le bozze angolari in pietra.
All’interno si può osservare parte della pavimentazione originaria in lastre di pietra.
Oggi tutto il nucleo abitativo conserva un fascino malinconico e suggestivo che racconta l’abbandono della montagna meglio di tante parole.

Dopo la discesa si torna subito a guadagnare quota con una salita piuttosto decisa, ma resa piacevole dalle splendide marronete che accompagnano il percorso. Mi raccomando: nel periodo della raccolta non fate i furbetti!

La successiva discesa ripida conduce alla Pretella, uno dei miei angoli preferiti di tutta la zona.

Poco dopo, con una breve deviazione all’interno di un bosco che adoro, si raggiunge Calabuia. Mi raccomando, la cascata più bella non è quella in basso, ma quella in alto. Fate però molta attenzione, soprattutto dopo le piogge, perché il sentiero per raggiungerla può risultare scivoloso.

Una nuova salita conduce al borgo di Serignana, un piccolo gioiello. Da qui si raggiungono le Ripe di San Martino, dove finisce definitivamente la salita. Questo è uno dei punti panoramici più straordinari dell’intero itinerario. Lo sguardo si apre sulla valle e sui monti circostanti, regalando una di quelle viste che da sole valgono la fatica della giornata.
Questo luogo conserva anche una storia importante: qui sorgeva infatti l’antico Castagno prima del devastante terremoto del 1335. Dopo la distruzione dell’insediamento, il paese venne ricostruito nella posizione che occupa ancora oggi.

Poco prima del rientro si incontra il piccolo cimitero del paese. Vale la pena fermarsi un momento davanti alla tomba di Gino Balli, una delle vittime dell’eccidio di Castagno d’Andrea dell’aprile 1944.
Quel giorno, svegliato dalle raffiche che colpivano il paese, Gino uscì per capire cosa stesse accadendo. Salì verso il Poggio del Bozzolo per osservare la situazione dall’alto, ma non riuscì mai a vedere ciò che stava succedendo: venne colpito e ucciso prima ancora di affacciarsi sul paese, mentre le mitragliatrici martellavano i versanti intorno a Castagno.
Un episodio che ricorda come questi boschi custodiscano non soltanto bellezza, ma anche pagine dolorose della nostra storia.

Rientrati a Castagno si attraversa il ponticino dove, fino a non molti anni fa, si svolgeva una delle tradizioni più amate del paese: il rogo di Cecco. Per i castagnini c’erano due appuntamenti che scandivano l’anno.
Il primo è ancora vivo oggi: la Ballottata, la storica festa dedicata al Marrone del Mugello IGP che anima le ultime due domeniche di ottobre.


Il secondo era il celebre Funerale di Cecco. Secondo la tradizione, Cecco, diminutivo di Francesco, era il leggendario amante di tutte le donne del paese. Quando i mariti erano lontani, era lui a farsi carico delle loro “necessità affettive”. Gli uomini del paese venuti a conoscenza di ciò, chiesero giustizia. Iniziava così un processo tanto serio nella forma quanto comico nei contenuti, quasi tutta la rappresentazione veniva improvvisata. L’unica parte tramandata fedelmente era la sentenza finale; il resto nasceva dalla fantasia degli abitanti. C’erano il giudice, il medico, gli avvocati dell’accusa e della difesa, i portantini, i musicisti e soprattutto le donne che, singolarmente o in gruppo, si disperavano pubblicamente per la sorte dell’amato Cecco.
La mattina stessa veniva costruito il fantoccio protagonista della festa con un vistoso membro virile che spuntava dai pantaloni e un’aringa secca appesa al collo, simbolo della povertà e delle privazioni della Quaresima imminente. Al termine del corteo il fantoccio veniva bruciato sul Ponte di Ciliegi. Un rito che segnava simbolicamente la fine del Carnevale e l’ingresso nel tempo della Quaresima.

Purtroppo oggi questa tradizione non viene più celebrata.

Alla fine del giro, un dolce o un buon pranzo al Caffè Falterona non ve lo leva nessuno.

Per ricapitolare:

  • Lunghezza: 15,5 km
  • Dislivello positivo: circa 850 m
  • Percorso: ad anello
  • Difficoltà: escursionistica (qualche bella salita faticosa e qualche ripida discesa nella seconda parte)
  • Periodo consigliato: tutto l’anno, con un debole personale per l’autunno

Qui trovate la traccia su Wikiloc.

Questo è un giro rustico di quelli che piacciono tanto a me, se lo fate e vi piace fatemi sapere eh!